Quei curiosi che dovessero mai passare per Castelletta in una sera d’agosto, magari con la fortuna di chiedere informazioni sulla giusta strada per Perugia piuttosto che per Fabriano a qualche anziana signora appropinquata presso le “Bancarelle” della “Chiesuóla” (le panchine davanti alla Chiesa di S. Maria del Piano, celebri per il fragorio più tipico di un mercatino), si accorgerebbero fin da subito di una particolarità, di un suono fin troppo scorrevole e “vocalico” nella lingua, fin troppo partrnopeo per l’Appennino.
Ebbene, per chi conosce la dialettologia non sarà nuova cosa sapere che a Castelletta esiste un tesoro in fatto di lingua.

Castelletta, difatti, è forse la città più settentrionale d’Italia in cui avviene un fenomeno noto come “Metafonesi napoletana”, tipico dei diletti del sud Italia.
Questo fenomeno era in passato ben diffuso proprio nei comuni montani come Sassoferrato e Fabriano, vuoi per questioni legate al commercio o per ragioni storiche, e il suo diradarsi è cominciato in un’epoca relativamente recente in seno allo spopolamento e alla scolarizzazione: oggi rimane praticamente un primato di Castelletta e delle località limitrofe (San Giovanni, Vigne, Grotte).
Facciamo un esempio. Nel maceratese stretto si dice: “u pórcu” e “u léttu”, perché la -ò- (aperta) e la -è- (aperta) si chiudono in -ó- (chiusa) e -é- (chiusa) ad opera della -u- finale, esattamente come prevede la Metafonesi laziale.
A Castelletta, invece, si dice “u puórcu”, “u liéttu”, dittongando come si fa nel sud Italia. Ho una vivida immagine di quando mia nonna Terresina, guardando lo stipite rotto della portafinestra si rivolse a me dicendomi “Tocca che cummiédi!“, ovvero “Bisogna che (lo) aggiusti!“, esattamente come una simile immagine ce l’ho della sua più grande “massima” (che è diventata pure la mia bio di WhatsApp 😅), declamata all’arrivo su una panchina della Piazza Bassa dopo una roboante scalata della “Rua” in compagnia di amiche: “Co tutta ‘ssa fiacchèa ne repusìma!” (“Con tutta questa stanchezza ci riposiamo!“).

Tale frase è tra l’altro interessantissima anche per altre peculiarità linguistiche, come l’uso della particella “ne” per un verbo che normalmente non la richiederebbe (fatto diffusissimo al paesello: “Ne viìma” (“Ci vediamo“), “Ne durmìma” (“Dormiamo“), “Ne sindìma callu” (“Abbiamo caldo“). Le stranezze del “Castillittu” (altra parola metafonizzata) sono difatti innumerevoli, dal verbo Essere che alle volte sostituisce il verbo Avere: “Non c’eri capitu?” (“Non avevi capito?“) oppure “Me parìa che fratitu l’iéri passatu” (“Mi sembrava che tuo fratello l’avessi superato, in altezza“) fino all’uso massivo della parola “papà” al posto del marchigianissimo “babbo“.
Insomma, quando doveste sentir dire da un anziano autoctono “U viéntu m’arvùrtica pure le tegole d’u tittu!”, state ascoltando una lingua antica, unica e in certi sensi sovrabbondante, con tratti fonetici che effettivamente non sono funzionali alla comprensione, ma che col tempo sono divenuti un tesoro raro, mantenutosi intatto proprio a Castelletta.
Francesco Simoncini