I SIGNORI “GENTILI”, CONTI DI ROVELLONE
CESSIONE DI CASTELLETTA AL COMUNE DI FABRIANO
(Km. 21 da Fabriano - mt. 610 s.l.m.)
Le
tenebre che molto spesso avvolgono le origini delle città e dei paesi si
diradano, per Castelletta, solo dopo l’anno Mille, allorché la nobile
famiglia Gentili, conti di Rovellone, costruì un modesto avamposto fortificato
(da qui il nome di “Castelletta”: diminutivo di castello) poco distante dal
sito sul quale aveva posto la sua stabile dimora, che da essa prese il nome di
“monte di Rovellone” (mt. 841).
Castelletta
nasce, quindi, come castello feudale su un’altura (mt. 610 s.l.m.) a ridosso
nel lato sud-est del monte Rovellone sovrastante la Gola della Rossa.
Per
la sua posizione Castelletta si erge quasi spartiacque tra la vallata
dell’Esino (ad occidente) e (ad oriente) il monte S. Vicino (mt. 1435).
Il
diradarsi delle tenebre, cui è stato fatto cenno, non significa necessariamente
che si debba far risalire a tale periodo medioevale l’origine del primo vero e
proprio insediamento umano dei Castellettani. Essa potrebbe essere (e molti
fatti avvalorano l’ipotesi) antecedente e, di conseguenza, di epoca romana.
A
questa convinzione ci induce un significativo ritrovamento, nella zona, di un
pezzo di scultura marmorea, forse parte di un ornamento, di un fregio di antico
tempio romano esistente in loco: reperto archeologico oggi custodito nella villa
Censi-Mancini di Albacina di Fabriano.
L’ipotesi
più razionale che si possa fare alla luce di tale rinvenimento.
Ma
nella stessa direzione ci porta anche e soprattutto una naturale considerazione
sulla titolazione della chiesa parrocchiale del paese: S. Maria sopra Minerva,
come si leggeva sul frontone della stessa.
I
vocaboli sembrano dirci che i primi cristiani del luogo eressero una chiesa,
alla quale dettero il titolo di Maria, sopra un preesistente tempio dedicato
alla dea romana Minerva, dea della sapienza e protettrice delle arti pacifiche
e, cioè, degli artigiani e degli artisti.
L’interpretazione
non dovrebbe sorprendere più di tanto. Era molto frequente che ciò accadesse
nel passaggio dal paganesimo alla cristianità.
Si
pensi (è solo per fare un esempio locale) all’erezione (prima metà del sec.
XIII) da parte di S. Silvestro Guzzolini dell’eremo di Montefano, proprio sul
luogo ove si celebravano culti idolatri e pagani, dopo averne ovviamente
distrutto ogni vestigia.
Se
l’ipotesi proposta è vera, come necropoli e ruderi di antichi edifici
testimonierebbero, afferma il Manci (1), si deve necessariamente giungere anche
ad un’altra convinzione e, cioè, che nella sua immediata preistoria (quando
le notizie non sono assolutamente certe), il paese non aveva un nome preciso e,
comunque, non certamente quello di “Castelletta” che è successivo come si
vedrà tra poco: esso doveva essere un agglomerato di abitazioni, un villaggio,
probabilmente un insieme di poche casupole sparse e niente di più.
Poi
col tempo si formò la primitiva borgata o villa, che fu edificata con molta
probabilità (cfr. Manci, cit. pag. 34) dalle popolazioni delle pianure (non
esclusa quella tuficana), cacciate dalle continue invasioni barbariche e
stanziatesi in quel luogo (a levante di quello che sarà poi detto di
“Rovellone”), in quanto ritenuto inaccessibile e comunque lontano dalle vie
normalmente percorse dagli eserciti.
La
menzione di “Castelletta” è rintracciabile per la prima volta nel 1292,
nella pergamena di S. Vittore n. 419, relativa ad una causa tra il Comune di
Fabriano e il Monastero di S. Vittore intorno a certi confini, parte dei quali
era rivendicata anche da Serra S. Quirico. In tale occasione furono interrogati
numerosi testimoni, tra cui fr. Beniamino di Raniero da Rovellone, testimoni che
menzionarono i vocaboli: “sasso revello – fossatum Vernini – S. Bartolomeo
de foce – Vallemania (Valle Magni), Valle Jobbula (nei pressi di Castelletta),
fossatum scarfafolli ecc.” In nota è riportata anche la “declaratio finium
(del 1452) inter Serram Sancti Quirici et castrum Precicchiarum, Revellonis et
Castellectae ac etiam Perosariae comitatus et distructus Fabriani”.
Considerando,
inoltre, che il toponimo (per il limitato nucleo dei primi abitanti e la stessa
contenuta dimensione del primitivo villaggio) è verosimilmente un diminutivo
del vocabolo medioevale “castellum” (castelletum) ed essendo esso stato
eretto, come detto, dopo i Mille (verso il 1.100 per l’esattezza),
evidentemente il paese assunse il nome che tuttora ha in epoca alto-medioevo.
Ed
è in tale periodo che ha inizio la storia vera e propria di Castelletta,
territorio estremo un tempo del ducato di Spoleto, poi staccatosi per essere
incorporato nel ducato di Camerino, dal quale dipese per secoli anche
ecclesiasticamente.
L’essere
in pratica una zona di frontiera giustifica in parte la presenza di una fortezza
e di una torre di avvistamento con relative guardie per la difesa dei confini.
A Castelletta furono uniti in certo senso conglobati, in precisi tempi, e giuridicamente dipendenti i seguenti territori:
BORGATA O VILLA DI S. PIETRO
(Km.
23 ca. da Fabriano – Km. 2 da Castelletta – mt. 453 s.l.m.)
Il
toponimo dell’abitato è riferibile al titolo di una chiesa (oggi
inesistente), fondata nel sec. XIII extra castrum (ossia poco fuori le mura di
Castelletta) dall’Abbazia di S. Urbano, monastero sito nel paese di Domo,
pertinenza del Comune di Serra S. Quirico (cfr. Graziosi XIII, pag. 24).
Come la chiesa parrocchiale di S. Maria Sopra Minerva (di cui è pensabile sia coeva) fu alle dipendenze del monastero fabrianese di S. Benedetto fino a tutto il 1700, dopo di che (inizi secolo XIX) la chiesa divenne patronato laicale della nobile famiglia Ramelli.
BORGATA O VILLA VALGIOBOLA
(Km.
18,500 da Fabriano – Km. 3,5 ca. da Castelletta – mt. 845 s.l.m.).
Il
vocabolo ( Vallis Jobbula), come si è già detto, trovasi per la prima volta
ricordato nella pergamena di S. Vittore n. 419 del 1292, ma nel tempo ebbe varie
denominazioni.
Ricordo:
la pergamena di S. Vittore n. 494 del maggio 1306, relativa al pagamento al Sindaco di S. Vittore, da parte di Accomandolo e Mancia di Attone di Alberico, di canone enfiteutico per terra “in fundo JOBBE”;
la pergamena di S. Vittore n. 515 del maggio 1307, relativa (sempre da parte del citato Accomandolo) a quietanza di canone enfiteutico “per terre in distr. Di Roccacontrada, voc. VALLIS ZOBBI”;
e, con il Sassi (v. Stradario) anche “VALCIOPIA” (cat. 1608) e “CIOPOLA” (inventario di S. Caterina).
Pur nella varietà con cui il vocabolo ci è giunto, è certo che esso si riferisce al possessore della valle o, al limite, ad un grosso personaggio del posto di nome JOB (Giobbe).
Mi piace qui ricordare altre interpretazioni, peraltro già proposte nella mia Storia di Fabriano. Il Di Leo immagina che il nome derivi da “valle giubilante”, cioè allegra e festante.
Personalmente ipotizzo che il riferimento al personaggio biblico, “il paziente” per antonomasia, voglia significare: valle ove vive gente paziente. Il che non è del tutto assurdo, visto che per sopravvivere in una terra avara, di pazienza ce ne vuole davvero tanta.
Il paesello è formato da un gruppo di case, alcune delle quali sanno ancora di “antico”. Degna di menzione è la piccola chiesa, costruita anche con l’opera di giovani studenti olandesi in vacanza nelle nostre parti, per iniziativa dell’ex parroco di Castelletta don Giuseppe Fedeli (don Peppino).
L’EREMO DI GROTTA FUCILE
(Km. 17 da Fabriano – mt. 370 s.l.m.)
Di
esso sono ancora oggi visibili notevoli vestigia. Grotta Fucile è famosa per
essere stata la culla della Congregazione benedettina silvestrina. Come è noto,
infatti, S. Silvestro Guzzolini la scelse come suo primo rifugio eremitico nel
1227.
Gli
era stata donata dal conte Corrado, allora signore di vari possedimenti,tra i
quali Castelletta, nel cui sito vi aveva fatto costruire, al sommo del borgo,
una torre, pur risiedendo abitualmente nel castello di Rovellone, dal quale
potevasi dominare tutta la zona sottostante, costellata dai suoi numerosi feudi
(Avoltore – Serrasecca – S. Elia ecc..).
I
monaci silvestrini che vi abitarono ebbero, nel 1315, grazie alla cessione da
parte dell’abate dei benedettini camaldolesi di S. Urbano, la cura spirituale
della Villa S. Pietro e successivamente dell’intera parrocchia di Castelletta
(passaggio poi confermato nel 1330 dal Vescovo di Camerino, da cui dipendeva la
diocesi di Fabriano.
Per
il crescente numero di seguaci, S. Silvestro fu costretto (1231) ad erigere un
nuovo monastero (l’attuale S. Silvestro di Montefano),ma Grotta Fucile non fu
quasi mai del tutto abbandonata, anzi, come ci ricorda il Menghini (v.
Bibliografia) S. Silvestro stesso fece costruire sul luogo una chiesetta e
accanto un monastero (vedere le rispettive piante, fatte disesgnare dal monaco
silvestrino don Amedeo Bolzonetti a suo nipote, il perito agrimensore Giovanni
Ranaldi.)
La
terza Lettera di Nintoma (Montani) Venezia MDCCLIV ricorda a pag. 182 che in
occasione del 1° Capitolo Generale dei monaci silvestrini, celebrato dopo la
morte del santo fondatore Silvestro, avvenuta nel novembre del 1267, furono
presenti anche i monaci dell’eremo di Grottafucile.
Questi
i nomi registrati: “…Frater Raynaldus, frater Joannes, Frater Januarius,
Frater Martinus, Frater Moricus, Frater Christianus, nomine suo e de Sancta
Maria loci Eremi ordinis supradicti de Grotta fucilis…”.
Dopo
gli anni 1430 – 1440, vuoi per riduzione del numero dei monaci eremiti, vuoi
perché per la cura spirituale degli abitanti delle ville su accennate essi
erano spesso costretti a rimanere lontani dal loro monastero, peraltro sempre
minacciato dai banditi che infestavano la zona, il luogo fu gradualmente
abbandonato ed andò in malora, fatta eccezione per la chiesa che, per
continuare ad essere officiata specialmente durante i giorni festivi, si
mantenne in discrete condizioni, fino a che non intervenne la soppressione
napoleonica del 1810.
Verso
la metà del secolo XVI vi erano stati sintomi di ripresa della vita eremitica e
Grotta Fucile ridiventò sede abituale di eremiti; ma fu solo per poco più di
un secolo, perché poi il monastero cominciò la sua inesorabile decadenza. La
chiesa, per motivi detti,
sopravvisse fino all’inizio del sec. XIX.
Nel
1810 Napoleone ne fece asportare i lavori di maggior pregio. Nel 1818 scorrerie
di malandrini sfondarono le porte e fecero man bassa di tutto (cfr. Manci, cit.
pag. 49).
Tutto ciò che rimase del sacro luogo divenne proprietà privata.
I
SIGNORI “GENTILI”, CONTI DI ROVELLONE
La
nobile famiglia Gentili, originaria di Serra S. Quirico, è legata alle vicende
storiche del paese sia per i vasti possedimenti nella zona ( possedimenti,
tuttavia, che si contavano numerosi anche in altre località: Fabriano – Jesi
ecc), sia perché risulta essere (stando allo storico Giuseppe Colucci, autore
delle Antichità Picene, fonte delle presenti notizie) un ramo della nobile
casata dei Conti degli Atti, oriundi, almeno pare, di Serra San Quirico.
La
cosa, tuttavia, non è facilmente dimostrabile, perché del nome “Atti” sono
in realtà piene le cronache umbre e picene.
La
stessa Sassoferrato fu fondata e signoreggiata da una famiglia Atti (dalla quale
uscirono i Beati Ugo e Giuseppe) che, per il Pagnani, proveniva da Todi.
Il
Sassi la dice discendente dagli Attoni di Cerreto e di Matelica.
Certo
è che i Gentili di “Rovellone”, vocabolo, questo (ci ricorda il citato
storico in Appendice al suo Stradario) rappresentante un accrescitivo di
“rovello”, “rovo”, da cui “Rubellone”, ma anche “Revellone” (cfr.
carta mil. F. 117 – III – S.O.) o “Rivellone” ( cat. Castelletta 1608):
ma è più probabile che esso derivi da soprannome personale, poi rimasto ad
indicare estesamente il nome di uno dei numerosi feudi di famiglia, tra i quali
ricordo i castelli di: Rotorscio o
Castellaro (in zona di Serra S. Quirico, di cui una Bolla di Innocenzo III
ne riconosce il possesso ai Rovellone già nel 1199);
Precicchie
(dominio dei Rovellone fino
al 1305);
Avoltore
(feudo presso S. Giovanni di
Precicchie);
Grotte
(castello di non particolare
valore strategico, data la posizione, passato alle dipendenze di Fabriano nel
sec. XIV)
Frontale
Isola
di S. Clemente
Civitella
(sopra Valdicastro), donato
dai Monaci di Fabriano nel 1310;
D’Accola
(castrum aquilae: nel
contado iesino, tra Cupramontana e Staffolo);
e,
soprattutto, per l’oggetto del presente lavoro: CASTELLETTA.
___________________
Queste,
alcune brevi note genealogiche della stirpe dei Rovellone:
Attone
(capostipite: denominato il
gran Conte)
Atto
Alberico
Censo
Gentile
1° (4)
Gentile
2° di Rovellone
Corrado
(5)
Gentile
3° (rimasto vedovo, si risposò) (6)
Discendenza
dalla prima moglie (7)
Tommaso Andrea
Nutio
(si trasferì a Staffolo)
Filippuccio Giumentario
_______________________________Fidismido
(8)_________________________
Gentiluccio
Francesco
Nicoluccio
Tomasuccio (9)
Gentile (10)
Discendenza
della seconda moglie (11)
Rambertuccio Giovannino Andrea
Phinetio
(postumo)
Rysabella
Ai
figli della prima moglie (Tommaso, Andrea e, per la morte di Fidismido, ai figli
di questi: Gentile – Francesco e Nicola) andarono per il testamento di Gentile
del 1303 i castelli di Rovellone, di Castelletta, di Avoltore, di Grotte e di
Precicchie, mentre ai figli della seconda moglie (Ramberto – Giovanni –
Andrea e Phinetio) gli altri possedimenti (il castello dell’Isola di S.
Clemente, di Frontale, di Colleozio e di Accola ecc..).
CESSIONE DEL CASTELLO ( CASTELLETTA) AL COMUNE DI FABRIANO
Il 21 ottobre 1305 Castelletta viene incorporata e assoggettata al Comune di Fabriano. Ma prima di illustrare i fatti che portano al passaggio di proprietà di Castelletta (insieme ad altri castelli) al Comune di Fabriano è opportuno, per avere un quadro storico il più completo possibile, ricordare che già dal 1251 i possedimenti del Conte Gentile di Corrado erano sotto la protezione del Comune di Iesi. Per la preoccupazione, tuttavia, che i figli di seconde nozze potessero rimanere vittime di soprusi da parte dei fratelli maggiori, il conte Gentile fece testamento (1303) e divise equamente il suo patrimonio con la condizione (ci rammentano gli storici) che se entro 15 giorni dalla sua morte i maggiori non avessero eseguito la sua volontà, fossero privati di ogni diritto a beneficio per metà degli altri figli e per metà del Comune di Fabriano. Ma se questo avesse indugiato ad occupare i castelli a lui destinati, gli fosse sostituito il Comune di Iesi.
Clausole
messe quasi a bella posta, sembrerebbe, per generare, come in realtà avvenne,
liti e contrasti.
Questa
la breve storia: Margherita di Clodio, rimasta vedova, “trovandosi bersagliata
– scrive il Colucci (cit.) – da Iesini che volevano inquietarla, molestarla
nel possesso dei suoi castelli, anzi essa pretendendo di aver ius su quei
castelli da Gentile suo marito lasciati ai figli della prima moglie, l’anno
1305 li vendette alla Comunità di Fabriano” (ben lieta ovviamente di
allargare i suoi confini) dietro versamento di sonanti monete d’oro. (20.000
fiorini d’oro).
L’iniziativa
calpestava certo la volontà del defunto marito che aveva disposto diversamente.
Ma la risposta da parte dei diseredati non si fece attendere e nel 1306 il
primogenito Tommaso, d’accordo con i suoi fratelli, vendette al Comune di San
Severino il castello dell’Isola di S. Clemente ed il castello di Frontale, che
erano stati assegnati ai fratellastri, i figli della sig.ra Margherita.
Il
passaggio di proprietà di Castelletta, dei suoi beni ed uomini a Fabriano non
fu facile, tuttavia, come si potrebbe supporre. Prova ne è l’iniziativa
unilaterale della sig.ra Margherita suscitò profondi contrasti tra i due Comuni
(Fabriano – Iesi) cointeressati al possesso dei castelli citati, i quali, per
salvaguardare i propri interessi non esitarono a scendere in guerra aperta
(guerra sostenuta come era prevedibile anche dai diseredati), che si protrasse a
lungo negli anni (1305-1308) con la vittoria finale dei Fabrianesi.
Con
la pace del 1308 (1 settembre) Iesi fu obbligata a firmare il trattato di
cessione a Fabriano, che venne perciò in possesso effettivo di quasi tutti i
castelli.
Le
trattative per giungere alla soluzione del contenzioso furono portate avanti,
insieme ad altri, anche da Chiavelli Aldobrandino (1275-1325), uno dei
personaggi più in vista della città.
La
nebbia, tuttavia, che tuttora avvolge queste fortunose vicende autorizza ad
affermare che la storia vera ancora s’ha da fare.
Si
rifletta sulle seguenti contrastanti versioni. Scrive il Gaspari: questi
avvenimenti “fecero perdere ingiustamente ai conti di Rovellone molti
possedimenti aviti, di cui si impossessarono (appunto) Fabriano e San Severino.
Inutilmente (essi) ricorsero al papa per la giustizia: sicché per vendicarsi,
divenuti ghibellini, si unirono ai Malatesta e tolsero al Papa la Marca. Il
legato cardinal Albornoz, recuperatala con poderoso esercito guidato da un suo
nipote, seguì il sistema vendicativo dell’epoca e colpì i Rovelloni colla
confisca e col bando”.
Dal
suo canto il Manci ci ricorda che tra il Comune di Fabriano e gli eredi di
Rovellone intercorse una transazione pacifica, per la quale Fabriano versò
quale correspittivo per i castelli ceduti la somma di 8 mila libre d’oro.
E
lo stesso papa Giovanni XXII nel 1318 riconobbe la validità dell’acquisto.
Si
tenga anche presente che la stessa chiesa del castello – come dirà più
approfonditamente in seguito – già da tre anni era alle dipendenze di S.
Benedetto di Fabriano (1315).
Qui
va comunque detto che non è da escludere che parte delle terre dei Rovelloni
(Castelletta compresa) siano rimaste in possesso degli stessi. Prova ne sia che
ancor oggi alcuni ettari del territorio castellettano (la cosiddetta
“comunella”, di cui si farà cenno parlando della “Comunanza agraria”
sono di proprietà del popolo di Castelletta, per eredità avuta, secondo
tradizione parzialmente documentabile attraverso le antiche mappe catastali,
dagli stessi Rovellone, che evidentemente, nel cedere i territori a Fabriano se
ne riservarono alcune parti.
Di
ciò si ha conferma a pag. 247 dell’opera “Abazie e castelli” (edita nel
1990 della Comunità Montana dell’Alta Valle dell’Esino) allorché Giancarlo
Caastagnari scrive: “nel 1318 (Castelletta” passa sotto la giurisdizione di
Fabriano, tuttavia alcune terre rimangono di proprietà dei Rovellone che hanno
ancora interessi da tutelare in questi luoghi. Infatti nel 1346 si registra una
lite tra Giovanni, figlio del fu Gentile, e gli uomini di Castelletta,
rappresentati da Guiduccio di Giovanni della vicina Domo”.
E’
certo, tuttavia, che una volta acquisita, Castelletta passò sotto la
giurisdizione (nel rispetto della divisione territoriale predisposta) del
Borgo-Est di S. Biagio di Fabriano (includente la Porta Pisana), che comprendeva
già castelli (Albacina-Pierosara-Porcarella, poi Poggio S. Romualdo ecc.) e
ville (Moscano-Rocca di mezzo-Almatano-Argignano-S. Elia-Rocca altera…).
GOVERNO
E VITA NEL CASTELLO FINO AL SEC. XVIII.
Dopo la Signoria della Famiglia Gentili di Rovellone (estintasi verso la metà del 1400), il castello ebbe una forma di governo che potremmo definire democratica, cui partecipavano tutte le categorie del popolo. Tutti gli abitanti potevano essere investiti delle cariche pubbliche, prendere parte alle decisioni.
Cercheremo
ora di illustrare il funzionamento della vita comunitaria di Castelletta e delle
varie cariche di governo.
Purtroppo
non ci sono pervenuti, se c’erano, i primi “Statuti”; abbiamo però un
registro di verbali delle sedute del Consiglio (dall’8 maggio 1672 al 18
agosto 1726), dallo studio dei quali si può ricavare una precisa idea di come
veniva amministrato il paese.
Pur
restando sotto la diretta giurisdizione del Comune di Fabriano, il Castello
godeva di una certa autonomia. Il Comune di Fabriano, tuttavia, controllava la
vita del paese eleggendo il Castellano, inviando dei visitatori che
controllavano i registri, le decisioni prese, le entrate e le spese fatte,
esigendo soprattutto le tasse, sul pagamento delle quali era esigentissimo.
Eccoci
ora ad una breve rassegna degli organi amministrativi e di governo.
IL
CASTELLANO – Al primo posto della graduatoria delle magistrature, troviamo
il Castellano, che possiamo chiamare capo della comunità. Questi riceveva la
nomina dal Comune di Fabriano, prestando giuramento di fedeltà nelle mani dei
Priori e del Cancelliere di quella città.
Suo compito era quello di tutelare i diritti del Comune, di revocare le decisioni prese dal consiglio che andassero contro tali diritti, esigere le pene pecuniarie, convocare il popolo o il consiglio per le pubbliche riunioni.
Non
sappiamo quanto tempo restasse in carica e con quali criteri venisse scelto. Tra
i nomi pervenutici si trovano membri delle famiglie più nobili di Fabriano:
Braccini, Benigni, Stelluti, Saraceni, Vecchi, ecc..
In
genere il Castellano si faceva rappresentare da un Vice castellano, che di
solito era il Parroco.
I
QUATTRO – Erano i veri amministratori del Castello. Venivano eletti ogni
due mesi, e venivano scelti su una rosa di 6 nomi. Su ordine o licenza del
Castellano radunavano il Consiglio dei Capifamiglia e davano seguito alle
deliberazioni prese; controllavano che la vita del paese si svolgesse con
ordine, denunciando ai magistrati fabrianesi le inadempienze e le trasgressioni.
IL
CAMERLENGO – Era l’economo del castello, avendo il compito di tenere la
cassa, i registri delle spese, rendendone poi conto al Castellano. Riscuoteva le
tasse, le imposte, le contravvenzioni. Molti di questi proventi dovevano poi
essere versati nelle casse del Comune.
IL
BALIO o BALIVO – Era la guardia del paese: aveva perciò il compito di
controllare, di ispezionare, di fare contravvenzioni a chi sporcava il paese o
tagliava abusivamente il bosco o ai consiglieri che non partecipavano alle
sedute del Consiglio del Castello, di avvisare il popolo o i consiglieri sul
giorno e l’ora delle pubbliche riunioni.
GLI
STIMATORI – Avevano il compito di stimare i danni arrecati ai boschi da
tagli abusivi e ai pascoli. Il loro non era un incarico fisso, ma venivano
eletti volta a volta, secondo il bisogno. Erano aiutati dai GUALDARI (da
“gualdo” = bosco), che avevano l’incarico di ricercare i colpevoli dei
danni.
GLI
ABBONDANZIERI – Che duravano in carico un anno e avevano il compito di
custodire e di dispensare il grano della Comunità, di regolare il prezzo del
pane e il funzionamento del forno; di provvedere ai bisogni dei più poveri. Due
erano gli abbondanzieri: uno eletto dai Quattro e uno dal popolo.
LA
GUARDIA – Tutti i cittadini validi dovevano concorrere alla sicurezza del
Castello, sia in periodo di tranquillità, che in periodo di emergenza. Di
solito erano due le guardie e avevano compiti di sorveglianza (come gli attuali
vigili urbani). Il numero delle guardie era aumentato in occasione di guerre o
di calamità naturali (terremoti, epidemie o pestilenze). A capo della guardia
c’era un MAGGIORENTE.
DEPUTATI
– Per particolari circostanze venivano eletti dei cittadini per
rappresentare il Castello nelle cerimonie pubbliche a Fabriano, o per portare ai
magistrati fabrianesi le istanze e le necessità della popolazione.
IL
PUBBLICO CONSIGLIO – Di tanto in tanto o per particolari circostanze i
Quattro, su licenza del Castellano, convocavano il Pubblico Consiglio.
Questo era formato dai capi famiglia e aveva potere consultivo, in quanto le decisioni dovevano essere approvate dal Castellano e dal Governatore di Fabriano. Nel corso delle riunioni ogni consigliere aveva la facoltà di prendere la parola e formulare una proposta, sempre che l’intervento fosse attinente all’argomento in questione e non toccasse gli indiscussi diritti di Fabriano. Il Consiglio si riuniva per eleggere i Quattro e tutte le altre cariche; si interessava della tutela e del taglio dei boschi, dell’assegnazione dei prati della comunità per il pascolo; decideva il tempo della vendemmia e della semina. A volte trattava argomenti più importanti: l’approvvigionamento di grano e di pane, la necessità delle famiglie più bisognose, questioni di confini e di proprietà con privati o con paesi vicini. Aveva l’obbligo di conservare e di aggiornare il catasto. Uno degli argomenti più frequenti era il pagamento delle “gabelle” (tasse). Su questo punto il Consiglio entrava spesso in contrasto con il Comune di Fabriano a volte troppo esigente e sempre irremovibile dal cedere su questo suo diritto.
Tutte
le proposte e le nomine venivano messe ai voti con il sistema del BUSSOLO, in
cui introducevano delle fave bianche o nere, a seconda che si approvasse o meno.
Per i consiglieri che non partecipavano alle sedute del Consiglio c’erano
delle multe.
****
In alcune occasioni il Consiglio si radunava per trattare argomenti che esulavano dal normale ambito di competenza.
Eccone
un esempio:
Il
24 agosto del 1721 il Consiglio si riunì per chiedere la sostituzione del
Parroco D. Sebastiano Chiavelli, che non era più gradito alla popolazione.
Si
consigliava al legittimo superiore ecclesiastico, il Generale dei Monaci
Silvestrini, o di sostituirlo o di inviare un altro monaco, che avrebbe svolto
la sua missione nella Chiesa di S. Maria del Piano. Per sostentare
quest’ultimo si sarebbero usate le elemosine fatte per le anime del
Purgatorio.
In
altre occasioni si chiedeva alle autorità religiose (il vescovo di Camerino),
che i monaci silvestrini fossero sostituiti con dei preti secolari(chi sa, forse
un prete costava meno di un monaco?!).
ALCUNE NORME STATUARIE IN VIGORE NEL CASTELLO ALL’ALBA DEL SECOLO XVIII.
Dal registro dei Verbali delle sedute del Consiglio
In
Dei Nomine Amen. Die 3 maij 1710.
In
visitatione facta in Castro Castellecte ab ill.mo DD.Doctore D. Filippo Montani
et Cap. Cayetano Giampè vigore facultatum sibi ipsis tributarum ab ill.mo et
rev.mo D. Melchiore Maggio Fabriani eiusque districtus Gubernatori Generali,
fuerunt facta infra decreta.
Pma.
Essendosi riconosciuto che da alcuni che assistono il Vicecastellano alli
Consigli di q.to Castello si fanno le proposte e si ricercano i Decreti a voce
senza registrarsi né libri che si ritengono a quest’effetto nell’atto
istesso del Consiglio, per impedire molti inconvenienti, che da ciò possono
nascere, ordiniamo che in avvenire le proposte che si faranno nei Consigli
debbano già essere scritte nel libro, et in esso leggersi al popolo congregato
et i Decreti che dal detto Popolo si faranno debbono scriversi nel detto libro
nell’atto del Consiglio et alla presenza di tutti gli adunati e sottoscriversi
allo stesso modo et facendosi diversam.te sud.jdecreti siano nulli.
2°
Che ogni volta, che si estraono i Quattro di detto Castello sia in peso
delli Quattro allora esercenti di descrivere o far descrivere i Nomi delli nuovi
estratti nelli loro libri dei Consigli con apporvi la giornata dell’estrazione
e che debba osservarsi la solita forma nell’estrazione de’ medesimi, che è
di farsi in Chiesa alla presenza di tutto il popolo, in giorno festivo.
3° Che il bussolo o cassetta ove sono rinchiusi le Palle delli Quattro debba havere due chiavi, una delle quali dovrà ritenersi dalli Quattro pro tempore e l’altra dal sig. Castellano, il quale in caso di legittimo impedimento potrà mandare detta chiave al Curato di d.° Castello per fare la nuova estrazione delli Quattro.
4°
Che li Quattro pro tempore debbano tenere un Libro nel quale doveranno
registrare tutti i Bollettini de’straordinarij, che riscuotono dal Camerlengo
della Comunità di Fabriano e nella facciata di contro notare tutte le spese
nelle quali erogaranno li sud.i denari con apporvi la giornata, il nome delli
Quattro e la cagione per la quale li spendono, quali spese doveranno essere
riconosciute e sottoscritte dal sig. Castellano pro tempore et essendo
legittimamente questo impedito potrà farlo fare da persona d’integrità e non
sospetta, e ciò affinché si possa riconoscere dove saranno impiegati li denari
et entrate della Comunità per il rendimento de’ Conti, che dovranno fare li
Quattro sempre in fine di ogni bimestre, nel qual tempo dovranno fare la
consegna in mano de’ Superiori tanto del denaro, quanto d’ogni altro
spettante alla detta Comunità.
Et
finalmente incarichiamo l’osservanza delli sopradetti Decreti sotto le pene ad
arbitrio di Mons. Ill.mo et Rev.mo Governatore et così ordiniamo, dichiariamo e
decretiamo non solo in questo, ma anche in ogni altro miglior modo. In questo dì
et Anno sud.°
Supradicta
Decreta approbamus et confirmamus ac exequi volumus et mandamus.
Melchior
Magius Gub.tor
UN
PAESE, SOLO, CON I SUOI PROBLEMI DI SOPRAVVIVENZA.
Prima
di giungere alla fine del sec. XIX e risentire dei progressi tecnologici che
portarono alla rivoluzione industriale inglese (già dalla seconda metà del
secolo XVIII) e via via a quella europea, l’Italia è stata un paese
prevalentemente agricolo e potremmo dire anche povero ed arretrato, causa anche
lo sfruttamento subito da parte dei vari popoli che si stanziarono nel tempo sul
suo territorio.
Poveri
ed arretrati al massimo grado furono soprattutto i paesi dell’alta montagna,
dove la capacità produttiva era insufficiente a soddisfare le esigenze di vita
della gente, che, per troppo tempo isolata da altre realtà sociali, causa la
scarsità delle vie e dei mezzi di comunicazione, conduceva la grama esistenza
al limite della sopravvivenza; dove l’agricoltura, attività principale
accanto a quella più specifica del “pascolo”, della “produzione di
materiale combustibile” (fascine – legna – carbone), risultava essere
povera per l’influenza negativa del terreno scosceso su cui essa si praticava,
per il grande dispendio di energie in un tempo ancora privo di strumenti da
lavoro adeguati, per i lunghi inverni che obbligavano all’inattività, alla
interminabile attesa dei tempi più favorevoli.
Fino
a pochi decenni fa, questa era la situazione degli abitanti di Castelletta, zona
estremamente depressa, le cui famiglie, spesso formate da nuclei numerosi,
vivevano in maniera quasi primitiva in abitazioni o meglio in tuguri tetri,
senz’acqua, poco aerati, malsani, comunicanti per lo più con ambienti adibiti
a ricovero di animali (asini, pecore) e si nutrivano di scarso cibo (patate,
polenta, cereali e verdure in genere).
Occupazione
fondamentale era il pascolo, ma anche per questa loro attività i Castellettani
dovettero lottare a lungo.
Come
ci ricorda un antico parroco di Albacina (R. Ambrosini in “Memorie del
castello di Albacina e sue frazioni” – S. Severino 1848), a motivo di un non
riconosciuto diritto di pascolo sui monti circostanti da parte degli abitanti di
Albacina, che ne reclamavano la proprietà ed il conseguente godimento, i
Castellettani furono con essi in lite dal 1586 al 1607.
La
situazione migliorò solo allorché “per potersi colla maggiore precisione
fissare i confini, cagione di continui litigi, (Albacina) domandò il Consiglio
ed ottenne dal vescovo di Camerino un Monitorio con annessa censura, onde
venissero indicati i confini e i territori da tutti coloro, che ne avessero
cognizione, ed esso fu pubblicato in Albacina, Porcarella, Precicchie,
Castelletta, perché detto ordine venisse in cognizione del popolo, e nessuno
potesse allegarne ignoranza”.
Ricordo,
tra parentesi, che dopo la Restaurazione (1815) fino al 1848 Castelletta
risulta, addirittura, soggetta in qualità di frazione al Albacina, la quale nel
frattempo era divenuta Comune appodiato a Fabriano con un Sindaco e due
Consiglieri comunali, con il dovere e diritto di provvedere alle pubbliche
necessità, le quali, tuttavia, andavano risolte nel Consiglio pubblico di
Fabriano, quale Comune principale.
Ricordo
anche, sempre con l’Ambrosini che il carattere di Comune appodiato (di cui
godettero anche i Comuni di Cancelli, Collamato e S. Donato) ebbe termine nel
1860.
Ancor
oggi, di questi citati castelli, sono visibili gli stemmi nella Sala Consiliare
di Fabriano.
Le
gravi ristrettezze economiche, per riprendere il discorso dopo la parentesi,
costrinsero molti ad emigrare in cerca di fortuna.
L’emigrazione
(che si sviluppò sia verso la fine del sec. XIX che più massicciamente nel
secondo dopo-guerra) unitamente al fenomeno dell’urbanesimo portò un calo
della popolazione, che dai 516 abitanti del 1848 si era attestata agli inizi del
secolo XX sulle 700 unità.
Si
pensi che agli 824 abitanti (secondo il censimento del 1951) corrisposero appena
155 abitanti nel censimento del 1981, con una diminuzione di addirittura l'81%.
In
paese rimasero, allora, vecchi, inabili, fanciulli e donne, sulle quali ultime
gravò la responsabilità della conduzione della famiglia.
Facile
intuire le loro difficoltà esistenziali, che si aggravavano ancor più quando
sulle comunità si abbattevano carestie, epidemie o quando, d’inverno, metri
di neve seppellivano letteralmente i miseri tuguri e impossibili erano i
rifornimenti per la impraticabilità dei sentieri o della dissestata stradina
che portava al paese.
Situazione questa che si poté risolvere solo nell’immediato secondo dopo-guerra, quando il Comune di Fabriano poté disporre, in collaborazione con le Forze dell’Ordine, di jeep, camionette di montagna, se non addirittura di elicotteri per portare sul luogo, diversamente irraggiungibile, medicine, cibo o per prelevarne malati.